mercoledì 20 ottobre 2010

La via della lana: Taranta Peligna

Merletti e ricami, arazzi e tappeti. L’arte del tessuto in Abruzzo passa anticamente per le mani operose ed abili delle donne. 

Da Scanno a Pescocostanzo, per passare a Taranta Peligna, Castel di Sangro, Fara San Martino, Lanciano, Bucchianico, Sulmona, Castel del Monte, Pietracamela, Nereto, Penne, e farsi apprezzare anche fuori dei confini regionali. 

coperta 2 La tradizione tessile abruzzese è legata fondamentalmente alla pastorizia che nel passato, durante il periodo della transumanza, - quando cioè avveniva la migrazione stagionale del bestiame dai pascoli di pianura a quelli di montagna e viceversa - obbligava gli uomini a stare per un lungo periodo fuori casa, e così le mogli preparavano tutto ciò che occorreva ai loro mariti, dagli abiti alle coperte di lana. E’ il caso delle famose "tarante", le pesanti e colorate coperte di lana senza "dritto" nè "rovescio", tessute a mano dagli artigiani di Taranta Peligna, paese montano situato a pochi chilometri dalla Grotta del Cavallone nel Parco Nazionale della Majella. Tradizione vuole che l’affermarsi dell’arte della lana nell’epoca medioevale, abbia determinato lo sviluppo di Taranta Peligna, centro situato nei pressi del tratturo Magno, non molto distante dalla Via della Lana che univa, attraverso l’Appennino centrale, le città di Firenze e Napoli. Questo paese sin dal XI secolo si affermò come fiorente centro tessile e commerciale.coperta 3

Infatti, a Taranta Peligna fin dal tardo medioevo si ha notizia della presenza di lanifici, che negli anni 60 del novecento giungevano ad occupare fino a 150 persone, utilizzando la forza dell’Aventino per produrre energia e realizzare le pesanti coperte abruzzesi ornate di frange raffinate lavorate a mano da un altro centinaio di donne nelle proprie case. Storicamente, infatti, la manifattura tessile dei centri montani alle falde sud-orientali della Majella ruotava intorno alla figura dell’impreditore-mercante, che commerciava nelle fiere dell’Italia meridionale panni e filati di lana prodotti negli stabilimenti a Palena, Lama dei Peligni, Taranta Peligna, Fara San Martino e Torricella Peligna, affidando a domicilio la produzione dei semilavorati.coperte
Della remota origine di quest’arte abbiamo testimonianza anche dal culto di San Biagio, protettore dei lanaioli proprio perché martirizzato con l’attrezzo per cardare la lana, a cui era dedicata una chiesa tardo romanica, i cui ruderi si conservano nella parte più antica di Taranta Peligna. Un culto che ha radici secolari e tuttora vivo. Alle falde della Majella, ancora oggi i maestri artigiani della lavorazione della lana sono i principali promotori della festa folcloristica e religiosa in onore del Santo. Santo di area pastorale, S. Biagio sarebbe nato e vissuto in Armenia e non è un caso che anche i pani votivi del 3 febbraio (oltre i disegni e i simboli raffigurati sulle coperte e tovaglie di produzione locale) trovino ispirazione nell’antica civiltà orientale.

Sulla facciata della chiesa si leggono i segni della storia del paese che si riconosce nell’effige del ragno tessitore, la tarantola. E questa è anche la denominazione specifica di alcune particolari stoffe – soprattutto di lana rozza nera – prodotte qui fin dal ‘500 e rinomate in tutto il mondo. Oltre alle “tarante” o “tarantole”, lungo le rive dell’Aventino e del Verde si fabbricavano anche le più pregiate “ferrandine” di lana e seta ed altri filati per tappeti, arazzi e coperte. Qui erano infatti abbondanti le materie prime: la lana innanzitutto, ma anche il legname per attivare le caldaie delle tintorie, l’olio per la precardatura della lana, le erbe tintorie per colorare i tessuti. Ora la produzione, pur ridotta, è comunque attiva e consente di acquistare presso il punto vendita dell’unico stabilimento ancora aperto, gli ultimi pezzi della tradizionale coperta abruzzese, decorata con i tipici colori e disegni di ispirazione arabeggiante o religiosa. coperta 4 Quelle con gli angeli si usavano infatti per ornare le finestre e i balconi abruzzesi al passaggio delle processioni e dunque in omaggio al Santo Protettore che attraversava le strade di paese in spalla ai fedeli. Quelle con motivi floreali o geometrici ricordano gli scambi culturali con le tessitrici di Pescocostanzo, dove nel seicento i turchi esportarono l’arte del tappeto mediorientale. I lanifici, oggi in odore di archeologia industriale, sorgono fuori dall’abitato di Taranta Peligna nei pressi del parco fluviale di dannunziana memoria, le Acque Vive, dove polle sorgive dissetano la ricca vegetazione in un ambiente suggestivo e riposante. L’acqua purissima era peraltro un requisito fondamentale nel processo di colorazione della lana, che doveva bollire a lungo in grandi caldai, insieme al mordente (sostanza che fissa il colore) e alle piante tintorie, spontanee come l’olmo, la reseda, l’orniello, oppure coltivate, come la robbia (nota per il rosso delle radici) e il guado (i cui pigmenti azzurri, presenti nelle foglie, furono utilizzati per colorare le giubbe dei giacobini francesi).

venerdì 8 ottobre 2010

pescasseroli, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo

Pescasseroli, centro storico Pescasseroli è la capitale storica del Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise. E' adagiata in una conca all'ingresso dell'Alta Valle del Sangro a m. 1167 sul livello del mare. Questo altopiano ricco di pascoli è circondato da boschi centenari e montagne suggestive. Pescasseroli è un paese in cui è evidente la simbiosi tra natura ed architettura: il centro abitato è in perfetta armonia con le meraviglie naturali che lo circondano. Il nucleo urbano, in posizione pianeggiante, si è sviluppato attorno all'antica abbazia ed è caratterizzato da tradizionali costruzioni in muratura di pietrame e malta, adornate dalle particolari finestre con imbotti in pietra da taglio locale, denominata "pietra gentile" dal nome dell'omonima montagna. La piazza S.Antonio, così chiamata per la presenza di una chiesa oggi scomparsa, è il fulcro della vita di Pescasseroli: è colorata dai faggi e profumata dai piccoli fiori dei tigli ed è ornata, oltre che dalla sede del Comune, da una graziosa fontana, sormontata da una statuetta dell'Immacolata.Pescasseroli, centro storico

l nome Pescasseroli sembra derivare da "Pesculum Serulae", cioè roccia sorgente a picco (dal tardo latino "pensulum"), o masso che serra; secondo Benedetto Croce, "Pesculum ad Sorolum", cioè masso presso il piccolo Sangro (le sorgenti). La parte più antica dell'abitato sorge ai piedi dello sperone roccioso «pesco», su cui si trovano i resti di «Castel Mancino». Nella leggenda marsicana il poeta pastore Cesidio Gentile fa derivare la fondazione di Pescasseroli dalla vicenda drammatica di un giovane cavaliere crociato, Serolo, figlio del Conte Maracino, signore del castello. Serolo, partecipando alla I Crociata, incontra in Palestina la bella saracena Pesca, della quale si innamora e che sposa. In compagnia di un santo anacoreta, che aveva con sè la statuina lignea della Madonna nera, Pesca viene mandata da Serolo al castello. Pescasseroli ruderi mancino Una volta al castello, il vecchio Conte si invaghisce, non ricambiato, di Pesca che, fuggendogli, viene raggiunta ed uccisa in prossimità di una sorgente (quel posto è da allora chiamato «malafede»). Tornato dalla Crociata ed appresa la morte cruenta della sua sposa, Serolo muore di dolore. Sulla tomba dei due giovani sposi il vecchio Conte, in espiazione del delitto, fonda il paese che chiama Pescasseroli dall'unione dei due nomi.

USI E COSTUMI: E' un'antica usanza tostare e aromatizzare i ceci con la sabbia prima delle nozze. DONNE PESC Il costume tradizionale femminile di Pescasseroli, di istituzione relativamente recente, è tutto in nero, mentre quello antico era sfarzoso e vivace. Il costume nero fu introdotto nell'uso per una circostanza del tutto fortuita: si racconta che nel 1846 alcune donne di Pescasseroli che si recavano ad Ischia per delle cure termali furono oggetto, a Napoli, di curiosa e indiscreta attenzione. Le donne trovarono rifugio a Procida ove scambiarono i loro costumi con quelli delle donne locali. Tornate a Pescasseroli i nuovi costumi piacquero tanto da essere adottati da tutte le donne.

martedì 7 settembre 2010

L’AQUILA: LA PERDONANZA CELESTINIANA

La Perdonanza Celestiniana è un evento-storico-religioso che si tiene nella città di L’Aquila durante l'ultima settimana di agosto.Durante la settimana della Perdonanza Celestiniana L'Aquila si anima di spettacoli, concerti, mostre d'arte e di artigianato, rievocazioni storiche e di numerose altre iniziative culturali e di intrattenimento.

L'evento si svolge ormai da Papa Celestino oltre sette secoli, e cioè dall'agosto del 1294, quando fu incoronato Papa nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio il frate eremita Pietro Angeleri da Morrone con il nome di Celestino V.

Il nome Perdonanza si rifà al nome della Bolla Pontificia che Celestino V emanò dall'Aquila il 29 settembre 1294: la Bolla del Perdono. La Bolla di Celestino V concede un'indulgenza plenaria a chiunque, confessato e comunicato, entri nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio dai vespri del 28 agosto a quelli del 29.

Il 5 luglio 1294, dopo due anni di contrasti (successivi alla morte di papa Niccolò IV), il Conclave, riunito a Perugia,  designò il monaco Pietro Angeleri - fondatore di un ordine che per secoli ha avuto, per l'appunto, il nome dei Celestini - come Pontefice.Un corteo accompagnò il Papa da Sulmona all'Aquila, alla Basilica di Collemaggio, da lui stesso fatta erigere alcuni anni prima, e dove gli furono consegnate le vesti pontificali il 29 agosto1294, davanti a una folla immensa e, soprattutto, a re Carlo II d'Angiò e a suo figlio Carlo Martello.

Celestino V fu protagonista di un papato brevissimo: si dimise -uno dei tre casi nella storia dei Pontefici romani - nel dicembre dello stesso anno e morì nell'esilio di Fumone (in provincia di Frosinone) due anni dopo. Alcuni seguaci del suo ordine trafugarono successivamente le sue spoglie mortali e le portarono nella basilica dell'Aquila di Santa Maria di Collemaggio, dove tuttora riposano.collwmaggio

In quei pochi mesi di pontificato, Papa Celestino lasciò alla città dell'Aquila, ma anche al mondo intero, un'eredità di portata straordinaria. Alla fine di settembre del 1294, infatti, proprio dalla basilica di Collemaggio, emanò una Bolla con la quale concedeva un'indulgenza plenaria e universale a tutta l'umanità, senza distinzioni. Un evento eccezionale, visto che accadeva in un periodo in cui il perdono era spesso legato alla speculazione e denaro

 

tomba di Celestino

La Bolla di San Pietro Celestino, che introduceva i concetti di pace, solidarietà e riconciliazione, poneva solo due condizioni per ottenere il perdono. L'ingresso nella basilica di Collemaggio nell'arco di tempo compreso tra le sere del 28 e del 29 agosto di ogni anno ("dai vespri della vigilia della festività di S. Giovanni fino ai vespri immediatamente seguenti la festività"), e l'essere "veramente pentiti e confessati".Porta santa La tradizione popolare vuole che per ottenere l'indulgenza si debba attraversare una porta specifica detta Porta Santa, ed aperta solo in occasione della Perdonanza, ma la bolla chiede solo di entrare nella chiesa. D'altronde, tale porta non esisteva all'epoca di Celestino V.

Emanando la Bolla del Perdono, Celestino V stabilí quindi un precedente del Giubileo. La consuetudine di un periodico Anno Santo infatti, che Papa Bonifacio VIII avrebbe introdotto con cadenza secolare nel 1300, trova la sua prima formulazione a L’Aquila.

 corteo 

Gli aquilani hanno sempre sbandieratori custodito gelosamente la Bolla del Perdono, oggi conservata nella cappella blindata della Torre del Palazzo Comunale. Gli antichi statuti civici vollero che, proprio perché erano stati  i cittadini a proteggere il prezioso documento, fosse l'autorità civile a indire la Festa del Perdono, rispettando, comunque, il dettato di Papa Celestino. E ancora oggi è il sindaco dell'Aquila a leggere la Bolla del Pontefice, poco prima dell'apertura della Porta Santa della Basilica di Collemaggio da parte di un cardinale designato dalla Santa Sede.

Nel 1983, l'allora sindaco Tullio de Rubeis decise di rilanciare la Perdonanza. Alle manifestazioni religiose fu aggiunto un corteo storico (il Corteo della Bolla) per portare la bolla dal palazzo municipale (dove è conservata) fino alla Basilica, immediatamente prima dell'apertura della Porta Santa. Al corteo partecipano gli stendardi dei comuni legati alla figura di Celestino V nonché numerosi gruppi di rievocazione storica, come ad esempio il gruppo Sbandieratori città di L'Aquila.Da allora la Porta è sempre stata aperta da un cardinale.La settimana precedente è caratterizzata da feste, concerti, rassegne, convegni e mostre, proprio per il doppio carattere secolare e religioso della festa.Nel 2008 ad esempio l'ospite d'onore era Ela Gandhi, figlia del Mahatma Gandhi. Negli anni, queste manifestazioni sono state sempre più rifinite, grazie anche alla nascita di associazioni di ispirazione celestiniana.

Il 6 aprile 2009, L’Aquila ha subito uno dei piú devastanti terremoti che ha causato circa 300 vittime, oltre che migliaia di senzatetto. I maggiori danni hanno colpito il cuore della cittá con i suoi monumenti, chiese, palazzi. Anche la Basilica di Collemaggio ha avuto un crollo, ma le spoglie del Santo si sono salvate. 

BasilicadiCollemaggio_terremoto2009

  recupero Celestino

La reliquia si salvo' gia' nel terremoto disastroso del 1703. Quella volta venne giu' tutto il soffitto. Questa volta e' precipitata la volta. Ma il corpo non e' rovinato. E nemmeno la Porta Santa'.

sabato 21 agosto 2010

IL LACCIO D’AMORE DI PENNA SANT’ANDREA (TE)

Il Laccio d’amore affonda le sue origini nella preistoria, essendo, secondo gli studi piú attendibili, l’ultimo residuo di una piú vasta liturgia di riti agresti di venerazione delle divinitá arboree e di propiziazione della feconditá.

A  Penna Sant'Andrea  il   ballo  del  laccio è  rimasto  radicato  sino ad oggi assumendo la connotazione di danza tipica delle  feste  e  di  ballo  propiziatorio  dei  matrimoni  in  occasione  dei quali è tradizione  trarre  presagio  per   il  futuro   della  coppia   dalla  riuscita  dell' intreccio e  del  disintreccio  dei nastri.     

                              salterello                                     All 'inizio  del '900  si  è costituito l 'omonimo Gruppo Folkloristico che ha  fatto conoscere il ballo in tutta  Italia ed in numerose nazioni europee.   

 

Nella  versione  attuale  il  Laccio d' amore  si  compone  di  vari balli, tutti accompagnati dal suono del   ddu  bbotte,   tipico  organetto  abruzzese  diatonico,  i quali   rappresentano  la  vicenda  amorosa  dal primo incontro al matrimonio.ddu botte

La ‘zenna cuperte’, o ballo di entrata, descrive l'incontro tra i ragazzi e le fanciulle a cui segue lu ssaldarelle,  tradizionale danza in coppia che mima il corteggiamento, manifestato con sorrisi ed ammiccamenti, con ripetute ed  insistenti  "avances" dell'uomo e piccoli svolazzi di gonne delle donne.

Lu trallallere , ballo in  cerchio  consistente  essenzialmente in un passamano, simboleggia il rifiuto della corte della ragazza

Dopo  la serenata de lu mbrijche in cui lo spasimante, fattosi coraggio con un fiasco di buon  vino, porta la serenata  alla sua amata che finalmente accetta il corteggiamento, è la volta di  una  polka per festeggiare il fidanzamento.

lacciodamore

Infine  il  ballo   del   laccio, con l'intreccio dei  nastri  policromi sulla sommità del  palo,   rappresenta  il matrimonio, ed acquista il valore di danza propriziatoria: se l'intreccio riesce il matrimonio sarà senz'altro felice, altrimenti...

venerdì 20 agosto 2010

SAN VALENTINO CITERIORE: LA FESTA DEI CORNUTI

La leggenda di San Martino

san valentino Nella nostra tradizione San Martino  è il protettore del vino e si narra una  leggenda sulla sua vita per spiegare questa attribuzione. La figura del santo non ha niente a che fare con il Santo venerato dalla chiesa, ma è una figura che ricalca in modo impressionante quella di Bacco. Nella mitologia classica dal corpo di Bacco ucciso spunta la vite e questo è anche il punto centrale della figura di San Martino nella leggenda.

Un'analisi attenta del testo della tradizione ci dice molto sul sincretismo pagano-cristiano ancora largamente diffuso nella nostra tradizione, tenuto conto che la festa di questo santo l'undici novembre è associata a una particolarissima festa detta "Processione dei cornuti" che è un vero e proprio relitto del Baccanale e delle feste della fertilità.

Si narra che una sera, era d'inverno ed era caduta un po' di neve, faceva molto freddo e San Martino era stato in una cantina e si era ubriacato. In quei giorni la moglie era incinta e stava per partorire. Mentre tornava a casa, gli venne uno scrupolo nell'anima. Disse fra sé e sé: "Ora torno a casa e vado a coricarmi accanto a quella poveretta, così intirizzito dal freddo come sono e ubriaco. Non voglio farla soffrire, per questa sera dormo giù nella nostra cantina." E così fece. Entrò giù nella sua cantina e si accovacciò in una nicchia scavata dentro il muro proprio dietro una grande botte. La notte, a causa del freddo, morì!
Quando la sua anima giunse davanti a Dio, Dio vedendo che lui era morto per non fare del male alla moglie, lo fece santo.san martino

Intanto la moglie aspettò invano ma del marito non seppe più notizie. Ma da quel giorno cominciò ad accadere un fatto miracoloso: da quella grande botte che lei teneva in cantina, più vino cacciava e più ce ne ritrovava! Cos'è e cosa non è intanto la notizia si propagò.Venne il prete e la gente dal paese per vedere quel miracolo. Il prete volendo accertarsi, osservò bene la botte sotto e sopra, davanti e dietro. E che trovò?
Vide il corpo del santo dentro la nicchia e vide che dalla sua bocca era spuntata una vite e questa vite era entrata dentro la botte. E poi videro che questa vite aveva messo l'uva e l'uva diventava vino da sola. Allora dissero: "Solo un santo può fare un miracolo come questo!" E vi costruirono una chiesa. Ecco perché San Martino è il patrono del vino.

Un'analisi attenta del testo della tradizione ci dice molto sul sincretismo pagano-cristiano ancora largamente diffuso nella nostra tradizione, tenuto conto che la festa di questo santo l'undici novembre è associata a una particolarissima festa detta "Processione dei cornuti" che è un vero e proprio relitto del Baccanale e delle feste della fertilità.cornuti

Ogni anno, si rinnova a San Valentino in Abruzzo Citeriore (Pe) lo storico appuntamento con la celeberrima "Processione dei cornuti", sfilata di simboli fallici e corna animalesche organizzata in occasione della festa di San Martino. Alle 19.30 si forma una processione in cui sfilano le varie "corna" portate sul cappello, o montate su aste e addobbate. L'ultimo degli sposati dell'anno scorso, porta invece in dono "la reliquia", un fallo di legno coperto da un velo, accompagnato da candele accese e campane. Il corteo parte da piazza San Nicola, per poi arrivare a piazza Cesarone, dove avviene la consegna. Il portatore della reliquia, la consegna all'ultimo degli sposati di quest'anno, che poi la porterà in mano per tutto il corteo. Al momento della consegna sul suo capo vengono messe anche le corna, inevitabile rischio di ogni matrimonio.

COCULLO: I SERPARI DI SAN DOMENICO

Cocullo è piccolo centro abruzzese a 900 metri sul livello del mare di circa 400 abitanti, situato ai confini tra la Valle Peligna e la Marsica, ed é celebre per la Festa di San Domenico e i Serpari.

serpari 1

..a  S. Domenico di Cocullo non si andava solo per la festa del santo e la processione caratteristica con i serpari, ma più espressamente ci andava, accompagnato dai suoi, chi era stato morso da serpe velenosa o da cane idrofobo; secondo testimonianze di chi si era trovato in queste condizioni, varcato il confine di Cocullo, il malato veniva scosso da fortissima convulsione epilettica, segno evidente che per opera del santo il sangue aveva rigettato il veleno...(da "Una giornata tipica" di Arturo Iorio). Ogni primo giovedì di maggio si celebra  la Festa di San Domenico di Sora Abate (nato a Foligno e morto a Sora circa mille anni fa, patrono delle odontalgie), in questo giorno, Cocullo,  viene invaso da migliaia di persone: La religiosità si manifesta in modo particolare con l’offerta di serpi (colubri, lattari, biscie, ecc.). al protettore San Domenico Abate, incoronato dai "Serpari" per la processione nelle strade del paese. Il rito ha tradizioni antichissime, addirittura pre-romane, e si è mantenuto attraverso i secoli grazie alla devozione per San Domenico Abate di cui la Ciociaria è tuttora capofila.

Un fascino magico si nasconde in questa ricorrenza che si è aperta alcuni giorni prima con la ”piccola festa” in onore di S.Maria, con i giovani che sulle falde del Monte Luparo, del Monte di Mezzo, Palancaro, Forca d’Oro e Luppo, hanno dato la caccia alle serpi.  Queste segnate sulle teste, verso mezzogiorno, al termine della Messa, verranno posate sul capo della statua di San Domenico che con questo "ornamento" verrà portato in processione al suono della banda per tutto il paese fino a raggiungere la sommità, per ricevere l'omaggio dei fuochi pirotecnici. Poi il ritorno in chiesa per la cerimonia di maggiore intensità emotiva della giornata che riesce a coinvolgere anche i più restii alle emozioni.
Mentre i fedeli fanno la fila per raccogliere da dietro l’altare pietrisco da spargere intorno alle case a protezione dalle serpi e in molti tirano con i denti la cordicella della campana per assicurarsi grazie per la propria dentatura, dinanzi ala statua si radunano i pellegrini di Atina per la partenza al suono di zampogna e ciaramella: «Addio San Domenico/ noi siamo di partenza/ e dacci la licenza,/ la santa benedizion...», ripetuto più volte mentre con il viso rivolto al Santo si cammina all’indietro in un lento salmodiare. Mentre si spegne il canto lungo il sentiero che porta fuori dal paese, la festa finisce, anche se poi ci saranno concerti, le giostre, le bancarelle prese d’assalto fino a sera. Dopo una collettiva colazione sull’erba i pellegrini ripartiranno dandosi l’appuntamento all’anno che viene.

Fino a non molti anni fa le serpi venivano "sacrificate" nel piazzale della Chiesa di San Domenico, ma un diverso spirito religioso e civile vuole che ora siano liberate nelle stesse montagne dove sono state catturate

Durante la festa si svolge anche la processione in costume tipico del luogo, in cui le donne portano sulla testa i canestri riccamente addobbati con pizzi e trine, contenenti cinque pani sacri, i “ciambellani”.

costumi cocullo

ABRUZZO, FONTE DI “VIRTÚ”

VIRTU C’erano una volta, e in Abruzzo per fortuna ci sono ancora, le “Virtù”. Armonia di legumi, verdure, odori, carni e pasta, ottenuta con pazienza e meticolosità, le “Virtù” sono una pietanza calda e buonissima che la tradizione abruzzese vuole in tavola il primo maggio a segnare il passaggio dall’inverno alla primavera.
La ricetta delle “Virtù” è antichissima: affonda le sue radici nel mondo contadino romano e diventa poi tipica della provincia di Teramo, dove è ancor’oggi radicatissima. Le “Virtù” nascono dall’usanza primaverile di vuotare la madia e mischiare tutti gli avanzi dell’inverno alle primizie dei campi per festeggiare con la comunità l’arrivo della bella stagione.
Piatto che nella leggenda sarebbe legato alla sacralità del numero sette (analogamente al pasto della trebbiatura e al cenone della vigilia di Natale), in realtà le “Virtù” hanno un numero di ingredienti decisamente superiore.Fave, piselli, fagioli di varie qualità, ceci e lenticchie sono i legumi da mettere a bagno, separatamente, la sera del 30 aprile.
Numerosissime le verdure, da cucinare insieme in un pentolone di terracotta con un battuto di lardo e odori: zucchine, carote, patate, carciofi, bietole, indivia, scarola, lattuga, verza, cavolfiore, cicoria, spinaci, finocchio, rape.
Questi gli odori necessari: aglio, cipolla, maggiorana, salvia, timo, sedano, prezzemolo, aneto, noce moscata, chiodi di garofano, pepe o peperoncino, pipirella, menta selvatica, borragine, finocchietto selvatico, basilico.
Queste le carni da cui ottenere un buonissimo brodo: prosciutto crudo, cotiche, piedi e orecchie di maiale, carne macinata e polpettine (o pallottine) di manzo lardo, lonza, pancetta, guanciale.
Ecco la pasta da far bollire e aggiungere nel pentolone: di grano duro corta, fresca all'uovo di varie forme e dimensioni.
Altri ingredienti: olio, sale, polpa di pomodoro e infine formaggio grattugiato.
Dosi abbondanti e una preparazione lenta e complessa portano alle “Virtù”, piatto benaugurante da donare ai vicini il primo di maggio perché, più di una rondine, fa primavera.

 

TERAMO VIRTU